Stagione
2006/2007
Teatro
Stabile di Calabria
presenta
VISIONI DI GESU�
CON AFRODITE
di Giuliano Scabia
All�inizio di questo testo s�impone un�immagine semplice e poetica. Un Ges�
giovinetto in tunica bianca e una Afrodite nuda, appena uscita da quelle
spume del mare da cui il mito la volle far nascere (ma la sua reale identit�
ci viene dichiarata solo dal titolo). Due d�i freschi, ancora nuovi alla
vita, in qualche modo incoscienti del loro essere, anche lei per quanto la
sua naturalit� femminile la faccia apparire pi� disinvolta: lui che sa
soltanto di essere stato inviato sulla terra da molto alto a morire per
amore dell�umanit�; lei, che l�idea dell�amore incarna, pronta a negargli la
capacit� di toccare un tema del genere senza avere mai �conosciuto� una
donna. Eppure si guardano e si piacciono, per quanto il figlio di Dio possa
dubitare di trovarsi di fronte alla proiezione di un suo desiderio; e la
sfugge. Ma la visione, suggerita dalla purezza incantata e deliziosamente
infantile che investe Giuliano Scabia quando scrive delle grandi cose della
vita, cattura chi legge, tanto da non permettergli di staccarsi dalla pagina
finch� il racconto non arriva alla chiusura, ponendoci di fronte a un ultimo
colloquio tra i due, prima che rientrino ciascuno nella propria orbita,
mitologica o religiosa che sia . ma, subito dopo la scena d�apertura, Ges�
incontrer� una seconda donna in apparenza molto simile alla prima, Maria di
Magdala, professionista dell�amore, che trova infestata dai diavoli: e
allora la esorcizza e lei per contraccambiare gl�insegna a ballare, e gli fa
sentire il fuoco del suo corpo. Seguir� subito l�irruzione di una matta in
delirio, da lui subito calmata con un abbraccio, a completare il trittico
delle provocazioni femminili con cui, senza ingenuit� n� malizia, l�autore
si preoccupa di confrontare Ges� per rispondere in modo pi� diretto alle
esigenze fisiche della natura scelta per la sua avventura umana, da cui la
Chiesa ha cercato a posteriori di proteggerlo riducendolo a cocco di Madonna
con contorno di pie donne, forse per adesione alla teoria di quell�apostolo
che, nel testo, al momento della resurrezione, dir� che il figlio di Dio
sceso in terra non poteva che essere a un tempo totalmente uomo e totalmente
donna. Ci� che d� senso e verit� a questa figura � il suo sapere soltanto a
cosa � destinata, ma rimanendo continuamente costretta a chiedersi come
arrivarci, in preda al dubbio sulle proprie capacit� reali di essere in
grado di realizzare quel che da lui ci si aspetta. E infatti questo Ges�
aspetta quattro giorni la morte di Lazzaro, senza guarirlo da vivo per
potersi mettere alla prova di fronte alla morte, dato che dovr� affrontarla
ben presto di persona e non si sente neppure di ottenere dal Padre i mezzi
per resuscitare l�amico. Ritrovarsi uomo significa per lui non avere le
certezze dell�entit� superiore, tanto da evitare fino all�estremo a
ricorrervi: dubita infatti prima di tutto di se stesso, ma anche delle
visioni che lo ossessionano e che confonde spesso con tentazioni, e forse,
come i miracoli che
gli vengono attribuiti, lo sono ( �siamo certi che non vengano da dentro di
noi? Da noi, dico.�) Un altro da s� in cui specchiarsi lo trova allora,
nelle pagine centrali del mistero rivisitato, in giuda, l�unico che il
protagonista gratifica dell�aggettivo �amato�: giuda, personaggio
profondamente umano e ansioso di credere, che gli rimprovera il dubbio, lo
incita alla fede e, non riuscendo pi� a cogliere una logica nelle
contraddizioni del maestro, finisce per trovare in quella che ormai arriva a
giudicare un�impostura la giustificazione per un tradimento causato da un
eccesso di buona fede.
GIUDA : Non voglio questo pane. Tu stai solo facendo una rappresentazione di
te stesso per noi. Stai cercando di imprimerci il tuo potere attraverso il
ricatto della tua morte.
GESU� : E� vero. Tu l�hai capita, Jude, l�essenza dei sogni e delle visioni.
Ma ora ti sei escluso. Non vuoi pi� giocare con me.
GIUDA : Non � un gioco. Non ti credo, � vero. Non credo al tuo incantesimo.
GESU� : non morire, giuda, non morire. Continua a giocare con me. Non
smettere di credere.
GIUDA : E tu, ci credi ancora?
GESU� : S�, io co credo. (Giuda sorride, ma si vede che � triste). Poco fa
ho sentito un brivido. Ho percepito la tua paura per avere visto il vuoto.
� questa la scelta di un linguaggio quotidiano e contemporaneo per rendere
il sacro ed esprimere una supposta verit� che ha cambiato il mondo a farci
aderire a una cronaca ispirata che ai toni drammatici preferisce la levit�
della fiaba: e difatti alla Cena fa seguire una lezione di ballo di Maria di
Magdala a Ges�, mentre gli altri commensali cantano, e intanto si organizza
la partenza per Gerusalemme e quindi il cammino verso la Via Crucis, che non
perder� i caratteri di immediatezza quotidiana di tutta l�azione. La stessa
impronta viene trasmessa anche al discorso della montagna, in uno degli
intermezzi di riflessione, commento o completamento, che si infilano
nell�azione; e se non tutti sono da recitare, e l�autore ammette di averne a
volte saltato alcuni nelle esecuzioni da lui curate, si tratta di sezioni
utili anche alla lettura per la loro complessit� di piani e di aperture e
gli accostamenti che consentono, scindendo anche gli interventi dei supposti
interpreti di turno da quelli dei personaggi. E, proprio alla fine della
scena con Giuda appena citata, compare anche un breve brano poetico dell�
Insurrezione dei semi. Non a caso anche questa storia confrontata con
spezzoni di ipotetica realt� e rivissuta da vicino con un vivo senso
dell�immaginario, si rivela nelle sue ultime sequenze uno degli episodi del
Teatro Vagante, il lungo viaggio iniziato da Giuliano Scabia negli anni �60
e gi� quasi giunto alla trentesima puntata, sulla scena e nella mente, tra
terra e cielo. Un percorso per attori, e per d�i.
Franco Quadri