DEBUTTO "L'Esausto"

Napoli 5 maggio 2008

Teatro Mercadante

fino all'11 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STAGIONE 2008/09

 

L'ESAUSTO o il profondo azzurro
  

uno spettacolo di  Lorenzo Gleijeses

con la regia di Julia Varley (Odin Teatret)

con

Lorenzo Gleijeses e Manolo Muoio

                  drammaturgia Lorenzo Gleijeses, Manolo Muoio, Julia Varley

                   coreografie Lorenzo Gleijeses, Manolo Muoio, Julia Varley            

in collaborazione con Augusto Omol�, Giorgio Rossi,Tommaso Starace

musiche a cura di Lorenzo Gleijeses, Francesco Eco

 scene e videoambiente

Paolo Calafiore

light designer

Gigi Ascione

video

Paco Capaldi

realizzazione video

Attilio Ruggero

area tecnica

Rosario D�Alise

scenografo  assistente

Ji Hye Choi

foto di scena

Marco Ghidelli

realizzazione scene

Rosario Imparato

 

prodotto dal Teatro Stabile di Calabria

in collaborazione con Mercadante - Teatro Stabile di Napoli


 

�Quello che bisogna evitare, non ne so il perch�,

 � lo spirito di sistema� (L�innominabile, S. Beckett).

 Si � detto analizzando l�Opera di Samuel Beckett che Hamm e Clov sono Vladimiro ed Estragone  in et� avanzata e che essi fuggono da s� stessi esattamente allo stesso modo in cui OG (personaggio interpretato da Buster Keaton in Film di S. Beckett), scappa dalla percezione del suo essere in una situazione di completo distacco dalla societ� civile. E� stato scritto che la situazione finale di Film � quella iniziale di D� Joe, e ancora che Atto senza parole ritrae la condizione di Clov nella sua cucina tre metri per tre, mentre fissa il muro ed attende i fischi di Hamm, e che le caratteristiche dei due personaggi principali di Finale di partita e le dinamiche relazionali che intercorrono tra di loro sono molto vicine a quelle che caratterizzano Lucky e Pozzo di Aspettando Godot.

In Testi per nulla Beckett cita i nomi dei personaggi del suo teatro e dei suoi romanzi.

La sua Opera sembra un enorme groviglio in cui i personaggi, le situazioni, i temi, le pi�ce si intrecciano tra loro tendendo cos�  a completarsi; la sua produzione letteraria mi appare come una spirale attraversata da echi che percorrono i suoi scritti e si rimandano da opera in opera, rimbalzando dalle sue poesie alle pi�ce teatrali, dai suoi romanzi alla prosa:

 �Mai altro che un solo argomento� (Un pezzo di monologo).

�Le immagini ritornello corrono attraverso i libri di Beckett� (L�esausto, Gilles Deleuze).

 Nello spettacolo L�esausto o il profondo azzurro volevo esplorare questo �universo� di Beckett senza doverne per forza mettere in scena un testo unico, n� dovendo usare unicamente le sue parole. Le sue immagini mi bastano.

La mia attenzione � stata attratta soprattutto dalla produzione finale dell�autore irlandese, in cui il delirio dell�isolamento causa una proliferazione di invenzioni mentali: immagini, voci, presenze, ricordi. �L�evocazione � funzionale al superamento di una situazione colma di tensione: l�approssimarsi  della fine� (da Il medium e il fantasma; radio, film, video di L. Mucci).

Nella scrittura di Beckett  vedo dileguarsi il confine che separa il soggetto dall� esterno e

 �le situazioni dell�interiorit� diventano contemporaneamente situazioni della natura fisica�

(Capire finale di partita, T.W.  Adorno), cos� la mia aspirazione era che lo spazio scenico diventasse  spazio dell�interiorit�, ma, allo stesso tempo, rappresentazione di un semplice interno:

la stanza dell�esausto: ��.al centro di quell�interno senza mobili che rappresenta il mondo intero non meno dello spazio interiore della sua stessa soggettivit��(ancora Adorno).

�E come l�immagine deve accedere all�indeterminato, pur restando completamente determinata, cos� pure lo spazio deve essere sempre uno spazio qualunque, disertato e deserto, pur essendo geometricamente determinato� (L�esausto di Deleuze).

Queste sono alcune delle idee che  hanno portato alla nascita de L�esausto o il profondo azzurro  al cui centro ci vivono l�esausto e la sua ombra che sono, come Vladimiro ed Estragone  (da giovani?), parte dello stesso ego (�Il signor Alberto?�): percepisco nelle figure che Manolo Muoio ed io presentiamo in scena lo stesso annullamento di identit�, e la stessa dissociazione dell�unit� di coscienza in elementi diversi che caratterizza molti dei personaggi di Beckett.

Il mio esausto si muove percorrendo lo spazio con ritornelli motori inseguito ed inseguendo la sua ombra: ombra intesa non solo come sagoma buia che lo segue, ma anche come bagaglio di ricordi, immagini, voci, che ogni essere umano porta con s�. Ombra come Altro, come personificazione interiore di quel bagaglio di ricordi e di pensieri.

 �L�altro e io sono lo stesso personaggio� (L�esausto di Deleuze).

 La realt� oggettiva altrui divenuta soggettiva nel s�, il passato ed i ricordi divengono presenza tangibile, materiale, apparizione teatrale: �Il mio passato mi ha buttato fuori, i suoi cancelli si sono aperti o sono evaso io� (Testi per nulla).

Nella mia lettura dello spettacolo l�ombra costituisce il termine principale nel discorso interiore, continuamente attivo nel determinare ci� che l�esausto pensa, compie, attua; � l�interlocutore principale con cui l�ego  dialoga traendo da esso il proprio orientamento o dis-orientamento.

L�ombra nello spettacolo � per me una sorta di grillo parlante, di censore, una struttura organizzata percepita nella coscienza a mo� di voce,di  presenza, di  memoria operante dell�esausto.

 Ho sentito spesso parlare dell�astrazione che caratterizza l�Opera di Beckett.  Io in essa vedo grande concretezza. Adorno dice che i personaggi ed i prototipi di Beckett sono storici nel senso che �egli presenta come elemento umano tipico solo le deformazioni recate agli uomini dalla forma della loro societ��. Cos� se i protagonisti di Finale di partita sono dei �superstiti della guerra mondiale�, se �Willie e Winnie (Giorni felici) sono vittime di un panico tecnologico, di immagini radicate nell�incubo dei missili V-2� ( L�estetica del disfacimento di S.E. Gontarski), l�esausto e la sua ombra sono figli di un�era post-moderna in cui tutto � superfluo, persino la comunicazione� talmente superflua da non riuscire pi� a reperirne le chiavi e le necessit�: figli di un�epoca e di una societ� di individui monologanti, in cui aprirsi all�altro, al giovane, al disoccupato, al diverso, allo straniero � superfluo. L�isolamento diviene volontario, una sorta di Arcadia in cui sfuggire dalle difficolt� ed agli orrori giornalieri.

 Perch� un giovane nemmeno trentenne come me  vuole mettere in scena dei personaggi cos� vecchi e rassegnati? Forse perch� sento che chi conduce i giochi, chi ci dice oggi come vivere, i nostri  uomini di potere reputano del tutto non necessario  ascoltarmi  e aprirsi a me giovane, a me in quanto altro, portatore di idee e valori diversi dai loro.

Questo mi d� un senso di impotenza che ritrovo nei personaggi di Beckett. Scopro in me una impotenza molto simile alla loro e sento  che questo avere le mani legate si traduce in una tendenza a chiudermi in me stesso e ad isolarmi: posso parlare quanto voglio, ma non vedo persone interessate a ci� che dico, n� le mie parole cambiano qualcosa�

Le colpe dei padri ricadono sui figli: inizio a sentirmi e ad essere anche io un individuo monologante, anche per me la comunicazione inizia a sembrare qualcosa di inutile�

Vedo di fronte a me una societ� di migliaia di Lucky giovani ma gi� invecchiati, tutti uguali, tutti al guinzaglio, tutti pronti per essere svenduti al mercato, oramai sfruttati negli anfratti pi� reconditi del proprio essere, nutriti dagli ossicini scartati dal vecchio e potente Pozzo.

Clov: ��Sono talmente curvo che vedo solo i miei piedi, se apro gli occhi, e tra le gambe un po� di polvere nerastra.  Mi dico che la terra si � spenta bench� io non l�abbia mai vista accesa.�

(da Finale di Partita di S. Beckett).

Lorenzo Gleijeses       

 

 

dall� articolo �Gleijeses e Beckett, nuovo ed antico�

di Franco Quadri su �La Repubblica�

 C�era qualcosa di nuovo, anzi d�antico, nel gesto di Lorenzo Gleijeses, napoletano e giovanissimo figlio d�arte, che all�inizio del secolo andava in Danimarca a cercare un suo modo d�esprimersi nel rigore dell�Odin Teatret anzich� nel filone visionario caro ai gruppi usciti dagli anni �90. E dopo che, con la guida di Juilia Varley, inglese cresciuta a Milano, aveva dimostrato capacit� di prim�ordine tre anni fa interpretando quel suo Amleto partenopeo alla ricerca della madre che ancora si replica, passando pure attraverso altre prove molto positive, e si � di nuovo rivolto alla sua guida di maestra con la proposta precisa di fare uno spettacolo non di Beckett ma su Beckett, che non puntasse sulla vita e sulle parole del grande Samuel, quanto sul suo modo estremo di vedere e rappresentare l�umanit�, a cominciare da se stesso, esprimendo quindi una condizione di assoluta solitudine personale incentrata sulla visualit� documentata di certe regie di quel genio ribelle effettuate in Germania o con gli ex prigionieri americani di St Quentin, o su quel capolavoro assoluto che � Film, da lui creato  appunto per il cinema con e per Buster Keaton. E a far da guida ecco allora il famoso saggio di Gilles Deleuze che appioppa al personaggio-base dell�opera beckettiana il termine di esausto, attingendo nel contempo a scritti congeniali di altri scrittori, da Borges a Foucault, ad Adorno, ai quali la Varley aggiunge materiali tratti da saggi sulla diversit� di Kapucinski e di  Umberto Galimberti o dalla poesia in cui Nazim Hikmet racconta il naufragio di un africano solo in barca ad affrontare l�Atlantico e morirvi, recepito nel titolo definitivo dello spettacolo, L�esausto o il profondo azzurro, determinando in modo sostanziale la svolta coloristica impressa dalla regista all�ultima parte, che si chiude comunque con una sorta di suicidio da vivi, davanti a uno specchio con un pesce in mano, dato che �il senso della vita � rimanere in vita�.
Ma sono esseri interdipendenti, tesi dal principio alla fine a trovare un rapporto alla reciproca inesistenza, i due, chi a turno dice io e la sua ombra, o di volta in volta il carceriere, lo straniero, il prigioniero, assassino o vittima, condannati all�autonegazione e in perenne movimento, specchiandosi l�uno nell�altro e odiandosi come due fidanzati, due copie tese a una perenne fuga che si esaurisce l� per l�, in una mancanza di situazioni generatrice di continui sviluppi visivi, movimenti ritmici di grande forza espressiva che contrappongono il biondo bravissimo Gleijeses e il bruno Manolo Muoio, un ottimo danzatore che dimostra di sapere usare benissimo la voce. Con pochissimi oggetti - dei cappelli, un ombrellino, un pesce, una moneta, una pistola -, in una scena vuota, con o senza specchio, in perenne rinnovamento, �lo spazio si fa tempo�: i settanta minuti di spettacolo sono tutti da guardare e, pure da sentire con quelle fughe nostrane che incorporano la nuttata da passare di Eduardo e un ritornante canto popolare siciliano a sorreggere due personaggi intenti a chiedersi se loro abbiano un senso. Pubblico giovanissimo e grande successo.
Faccino sorridente, Napoli, Teatro Mercadante

 

A Toby

Julia Varley

Pesci che nuotano in libert�

  

Sono nata nel 1954 ed ho vissuto in pieno il �68. Per la mia generazione � stato semplice essere giovane e ribelle: respiravo nell�aria venti di cambiamento, necessit� e ideali. Le generazioni venute dopo, a cui appartiene anche mio fratello Toby, hanno invece attuato rifiuti e proteste che spesso si sono rivoltate contro di loro. Oggi mi sembra che per i giovani sia ancora pi� difficile trovare un senso e una direzione. Leggo libri sul loro nichilismo: Dio � morto da decadi, ma poi anche la scienza, la rivoluzione e l�utopia. Nel mondo globalizzato della tecnologia e delle relazioni virtuali, qual � la strada che ci indica la storia?

Cammino per le strade di Napoli: spazzatura, piccoli negozi, un�infinit� di persone, adolescenti accompagnati da cani e donne piegate in due che fanno l�elemosina, il traffico, i bar, allarmi che suonano, il Vesuvio, il mare e, appoggiata sull�orizzonte, l�isola di Capri. Faccio mezz�ora a passo veloce da casa a teatro per le prove dello spettacolo e intanto ripasso il testo di una mia dimostrazione di lavoro. Mi ascolto dire a bassa voce le parole della poesia di Octavio Paz �La strada�.

 � una strada lunga e silenziosa

Cammino nel buio. Inciampo e cado.

Mi rialzo e calpesto con piedi ciechi

Le pietre mute e le foglie secche.

E c�� un altro dietro di me che le calpesta.

Se mi fermo, si ferma. Se corro, corre.

Guardo indietro: nessuno. Tutto � scuro e senza uscita.

Giro e rigiro per incroci che portano sempre alla strada

dove nessuno mi aspetta n� mi segue.

Dove io seguo un uomo che cade

e si rialza e al vedermi dice: nessuno.

 In Pakistan � appena stata uccisa Benhazir Butto. I titoli dei giornali parlano di Al Qaeda, di terrorismo, di immigrati ed emigrati, di stupri e guerra, di assassini insensati, di aumenti della luce e del gas, di politici che passano il loro tempo ad essere in disaccordo fra loro e a cercare di dimostrare chi � il peggiore. Mi chiedo come trasformare il tema dello spettacolo che sembra essere esistenziale ed intimista in una presa di posizione politica. Come posso dare alle frustrazioni personali una connotazione storica, come faccio a coinvolgere nel tema dell�altro non solo la precisazione dell�identit�, ma il senso di una minaccia che viene da fuori, che ci fa chiudere le frontiere e le case in cerca di protezione e difesa del nostro apparente benessere.

Nella dimostrazione del �Fratello Morto� � bastata la frase di un�altra poesia di Nazim Hikmet: �Sei uscito di prigione�� per dare una connotazione all�altro che calpesta le foglie secche dietro di me e, attraverso l�impressione di insicurezza data dal sentirmi seguita, suscitare precise associazioni. E poi l�ultima poesia di Ahmet Arif: �Ti hanno fucilato, nessuna inchiesta, nessun giudizio.�

I grandi temi dei perseguitati politici, delle guerre civili, dell�ingiustizia si allontanano da me nelle immagini di sangue fotografato della televisione e nei titoli scandalistici dei giornali. � un mondo impazzito che sembra distante dalla realt� ricca e democratica che mi circonda da vicino. Eppure la pazzia che si esprime in mancanza di valori, ideali, cultura, speranza, solidariet�, amicizia, senso civico, legami e affetti, gioia, qualit� di vita, � cos� prossima che mi attanaglia ogni giorno.

Chi � l�ombra? La spia, il poliziotto, la minaccia, l�amico, quello uguale eppure diverso, il terrorista, l�extracomunitario, il carceriere, la vittima, l�assassino? Mi sono fatta questa domanda fin dai primi giorni di prova, dopo aver visto le scene che gli attori mi hanno presentato in cui un�ombra accompagnava ogni passo compiuto nella luce e nel buio,.

         Lorenzo Gleijeses e Manolo Muoio hanno introdotto il tema del suicidio, con atteggiamenti di stanchezza e insensatezza della vita, con testi distaccati, indifferenti, sprezzanti e disaffezionati che stanno bene in bocca a un vecchio senza illusioni,. Come accettare queste parole in bocca a giovani che dovrebbero immaginare di avere tutta la vita davanti a s�? Non solo ho acconsentito a questi temi e queste parole, ma li ho seguiti, per capire qualcosa che ancora non so. Nella mia primissima reazione ho scritto agli attori: �Mi dirigo verso l�ombra; la vecchiaia che si oppone ai ricordi di giovent�, l�attesa di qualcosa che non viene eppure viene � la morte � e la possibilit� di scegliere di uccidersi. Aspettare la morte; volere la morte; volere non pi� vivere; un�eutanasia collettiva.

Nel saggio di Gilles Deleuze �L�esausto� che Lorenzo mi ha dato prima di cominciare le prove leggevo: �Io, l�idea che ho dell�amicizia � piuttosto quella di Samuel Beckett. Due tipi uno accanto all�altro che stanno l� e non hanno niente da dirsi. Quel che conta in Beckett sono le �posture�. Chi si sdraia sta ancora bene. Sdraiarsi � molto faticoso. Si muore seduti.� E poi nelle prove vedevo davanti a me due vecchi seduti sulla panchina di un parco che si raccontano gli amori passati e le avventure di giovent�. Solo che davanti a me c�erano due giovani � almeno due uomini pi� giovani di me � che sembravano aver rinunciato alla vita.

Dovevo cercare in altre direzioni. Il primo testo che ho letto � �L�altro� di Ryszard Kapucinski. Il giornalista era morto da poco e i suoi libri erano in offerta in tutte le librerie: �� uso l�altro per distinguere gli europei occidentali bianchi da coloro che definiamo gli altri, vale a dire gli extraeuropei non bianchi; gli altri sono lo specchio in cui guardarsi e capire chi si �; solo grazie all�Africa ho scoperto il colore della mia pelle; un altro si nota per tre caratteristiche principali: la razza, la nazionalit�, la religione, tutti e tre contengono una forte carica emotiva; il mio altro � una persona fortemente emotiva; trattiamo l�altro soprattutto come una minaccia. L�vinas dice che l�altro � il nostro maestro��

Poi Umberto Galimberti che in �L�ospite inquietante�scrive: �Per essere se stessi occorre accogliere a braccia aperte la propria ombra, ci� che rifiutiamo di noi. Forse l�Occidente non sparir� per l�inarrestabilit� dei processi migratori contro cui tutti urlano, e neppure per la minaccia terroristica che tutti temono, ma per non aver dato senso e identit�, e quindi per aver sprecato le proprie giovani generazioni. Il prossimo, sempre meno specchio di me e sempre pi� �altro�, obbligher� tutti a fare i conti con la differenza. La diversit� sar� il terreno su cui i giovani dovranno maturare le loro decisioni etiche, mentre le leggi del territorio si attorciglieranno come i rami secchi di un albero inaridito.�

         Mentre leggevo questi testi, alla ricerca di un filo da seguire nel montaggio dello spettacolo, mi tornava alla mente il libro "Professeurs du d�sespoir" di Nancy Huston. Da lei ho capito che un�infanzia in cui ci si � sentiti voluti ed amati e la prospettiva di avere figli annulla l�atteggiamento nichilista; che in una donna la necessit� di proteggere la vita � pi� forte. Sempre sono alla ricerca del mio motivo per fare una regia in quanto donna, per non accontentarmi solo della trappola in cui il lavoro mi fa cadere mettendomi davanti un enigma che devo inseguire. Eppure quando sono stata a Cuba nel gennaio del 2008, in un�interruzione delle prove, e mi � stato detto che l� le giovani donne scelgono spesso di non avere figli. Il semplice femminismo non mi veniva in aiuto, ero immersa in un tempo diverso.

Il senso della vita � restare in vita; questo me lo spiega la scienza e il mestiere. Come attrice non mi concentro ad esprimere ma ad essere presente. Come regista lo stesso. Ma in Italia tra i giovani sotto i 25 anni il suicidio � la seconda causa di morte dopo gli incidenti automobilistici... Durante le prove scopro che mi piace la musica elettronica, che questi suoni metallici e artificiali hanno vita, variazione e sviluppo. Forse in quella musica ho trovato un campo dove incontrarmi nello strato pi� profondo e interiore dei giovani gi� vecchi cos� diversi da me, negli scantinati del loro isolamento. Seguendo il ritmo della musica ho potuto saltare in un tempo che non � il mio.

Mi rifiutavo di accettare che le giovani generazioni siano gi� stanche di vivere. Da dove viene questa spossatezza che li pervade, questa mancanza di speranza, questo preferire di volere il nulla, piuttosto che non volere, come dice Fiedrich Nietzsche? La mia risposta � il teatro. Quel piccolo santuario in cui costruire relazioni, prendere cura delle emozioni, costruire legami affettivi e di solidariet�, un�alternativa al mondo senza bussola in cui i giovani pensano di appartenere solo se parte di una banda o bandija, come dicono in alcuni barrio dell�America Latina.

Cercando indicazioni ho ripercorso nella mia mente un labirinto di pietre al cui centro si trova �L�occhio che piange�: una scultura a forma di occhio da cui fuoriesce un rivolo ininterrotto di acqua. Il labirinto si trova in un parco al centro di Lima, in Per�. � una delle tante iniziative in onore alla memoria delle vittime della ventennale guerra civile fra l�esercito peruviano e Sendero Luminoso, terminata nel 2000. Entrando, il mio sguardo si � fissato verso il basso. Accanto al tracciato dove camminavo c�erano centinaia di migliaia di pietre appoggiate ordinatamente una accanto all�altra, leggermente sovrapposte: una pietra per ogni morto vittima della guerra. Alcune pietre avevano inciso il nome di una persona, l�et� e l�anno in cui sono morti; altre pietre erano lisce, in attesa di ricevere un nome. Mi inoltravo con lo sguardo abbassato, attanagliata dall�angoscia e da un senso di impotenza. Il percorso era lungo e tortuoso. Avanzavo lentamente e in silenzio, con un ritmo dettato da pensieri pesanti. Dopo circa quaranta minuti sono arrivata alla scultura nel centro, all�occhio che piange. L�ho scrutato a lungo, cercando di capire. Poi, per uscire, ho dovuto ripercorrere all�inverso lo stesso cammino. Le pietre lungo il tracciato si presentavano ora nella direzione opposta e non potevo leggere le iscrizioni. Il mio sguardo si � alzato automaticamente, e con lo sguardo anche la mia testa si � sollevata, e seguendo la testa il mio corpo si � posto eretto e ha ripreso energia. Il ritmo dei miei passi � aumentato. La distanza da percorrere e il semplice obbligo di mettere un piede davanti all�altro, di dover proseguire per raggiungere l�uscita, ha cambiato l�atteggiamento del mio corpo. Ho ricominciato a guardare in alto, davanti, fuori, a pensare al futuro. Ecco il senso: continuare a camminare. � il camminare che decide.

Sono sempre sorpresa nel vedere come nel lavoro con uno spettacolo, dopo un lungo viaggio, si torna al punto di partenza. Qualcosa � cambiato, forse siamo arricchiti, magari di una delusione in pi�. �L�altro� di Ryszard Kapucinski � stata la prima lettura che ora si trova rispecchiata nell�adattamento di una poesia di Nazim Hikmet sull�africano che prende una scialuppa per passare il mare e annega. L�ho inserita nello spettacolo nella fase finale delle prove. La fotografia delle persone attaccate ai galleggianti della gigantesca rete da pesca di tonni e la storia dei pescherecci che si rifiutavano di raccogliere i dispersi in mare mi aveva lasciato in silenzio con il giornale fra le mani nella mia tranquilla casa nella campagna danese. Ora rivedo la stessa fotografia a met� spettacolo che risplende dell�identico azzurro profondo del mare che appare sulla fotografia dell�ultima scena, scelta per finire con un tocco di colore e speranza. � l�azzurro profondo e drammatico dei nostri tempi.

Sono esausta: questo mi viene da dire dopo l�ultimo intenso periodo di prove. Eppure sono piena di energie. Lo spettacolo non mi abbandona. La notte mi tiene sveglia. � come un rompicapo, un grande indovinello, deposto sul mio tavolo, che devo risolvere per poter chiudere gli occhi. Sar� lo stesso anche per gli spettatori? Giorno dopo giorno lavoro con gli impulsi, le azioni e i ritmi degli attori per dare credibilit� a quello che gli spettatori vedranno, per dare loro l�opportunit� di accettare e intuire con una parte intima di s� l�intricato intreccio di testi, immagini e storie dell� Esausto o il profondo azzurro. C�� un futuro per i pesci che nuotano in libert� nel mare? C�� futuro per gli annegati che hanno abbandonato i loro paesi? C�� speranza per i giovani di oggi?

Ogni giorno la forza per seguire i miei ideali di giovent�. L�energia viene dall�acqua, dall�elemento fluido che lascia passare la luce dei raggi che portano la vita e l�ossigeno. Mio fratello Toby ha comprato un acquario. Con suo figlio Andr�s passa ore a guardare i pesci esotici di diverse misure forme e colori che si inseguono, si aggrediscono, si nascondono, cercano cibo. � affascinante osservare padre e figlio che commentano e osservano la vita nel loro piccolo mondo di piante e sassi, acqua e sale. Perch� i pesci continuano a nuotare? Certo non per un senso storico, ma solo per continuare a vivere. E visto che dobbiamo continuare a vivere, sarebbe bello vivere bene, in libert� nel profondo azzurro del mare.

 

 

da �L� esausto� di Gilles Deleuze

 �Lo stanco non pu� pi� realizzare, ma l�esausto non pu� pi� possibilizzare.

Non c�� pi� possibile. Esaurisce il possibile perch� � lui stesso esausto, oppure � esausto perch� ha esaurito il possibile? Si esaurisce esaurendo il possibile e inversamente.

Quando si realizza un possibile, � sempre in funzione di certi scopi, progetti e preferenze: mi metto le scarpe per uscire e le pantofole per restare in casa, sono queste variazioni, queste situazioni, tutte queste disgiunzioni (la notte-il giorno, uscire-rientrare..) che stancano alla lunga.

Tutt�altra cosa � l�esaurimento: le variabili di una situazione si combinano a condizione di rinunciare  a ogni tipo di preferenza, a qualsiasi organizzazione di obbiettivi, a qualsiasi forma di significato. Non � pi� per uscire o per restare, e non ci si serve pi� dei giorni e delle notti.

Non si attua  pi� bench� si compia. Scarpe, resto - pantofole, esco�. Ci diamo da fare, ma per nulla. (�) I personaggi di Beckett giocano con il possibile senza attuarlo�.

 �La combinatoria � l�arte o la scienza di esaurire il possibile. Ma solo l�esusto pu� esaurire il possibile, perch� ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza, scopo o significato. Solo l�esausto � abbastanza disinteressato, abbastanza scrupoloso. Non pu� fare a meno di sostituire i progetti con tabelle e programmi privi di senso. Quel che conta per lui, � in che ordine fare quel che deve, e secondo quali combinazioni fare due cose contemporaneamente, quando fosse necessario, per nulla�Bisogna essere esausti per darsi all�arte combinatoria, a meno che si l�arte combinatoria a sfinirci�

La massima esattezza e l�estrema dissoluzione. Sono questi i due sensi dell�esaurimento, ci vogliono tutti e due per abolire il reale�.

 �L�apria consiste nell�inesauribile serie di tutti questi esausti. �Quanti siamo alla fine? E chi sta parlando in questo momento? E a chi? E di che? �. Come immaginare un tutto che faccia compagnia? Come fare un tutto con la serie, salendo, scendendo, e per due se uno parla all�altro, o per tre se uno parla all�altro di un altro ancora?�.

  �Tutta l�opera di Beckett sar� percorsa da serie  esaustive cio� estenuanti (toilette, porta, letto, tavolo - sedie, finestra - caminetto): quindicimila combinazioni�.

 �Beckett � chiarissimo: si tratta di esaurire lo spazio�esaurire le potenzialit� di uno spazio qualunque�.

  �(�) lo spazio deve essere sempre uno spazio qualunque, disertato e deserto, pur essendo geometricamente determinato (�) si presenta a chi lo percorre come un ritornello motorio, posture, posizioni e andamenti.�

 �una superficie sonora percorsa da un movimento continuo assillante e ossessivo�.

 ��un sentiero di suoni� non collega pi� altro che �insondabili abissi di silenzio��

 �Le immagini-ritornello corrono attraverso i libri di Beckett�

 �L�immagine si presenta a chi la fa come un ritornello visivo o sonoro (�) deve accedere all�indeterminato, pur restando completamente determinata (�).Tutte queste immagini si compongono e si scompongono�.

 "I personaggi di Beckett non sono affetti da nient�altro che dalla loro posizione, sono personaggi affetti da nulla�.

 �i dannati di Beckett sono la pi� stupefacente galleria di posture andature e posizioni, dopo Dante�.

 �Molte sono le  affinit� dell�opera di Beckett con la danza contemporanea: la perdita di ogni privilegio della statura verticale; i corpi agglutinati per reggersi in piedi; uno spazio qualunque invece di estensioni qualificate; la storia o narrazione sostituita da un �gestus�, come logica delle posture e delle posizioni; la ricerca di un minimalismo; la danza che invade la camminata e i suoi accidenti; la conquista di dissonanze gestuali��

 �La lingua non procede soltanto per immagini, ma per  spazi�.

 �Quel che conta nell�immagine non � il suo povero contenuto, ma questa forsennata energia, catturata e pronta ad esplodere, che fa s� che le immagini non durino mai a lungo, ma si confondano con la detonazione, la combustione, la dissoluzione dell�energia condensata. (�) Quando il personaggio dice �Basta, basta con le immagini�, non � solo perch� lo disgustano, ma perch� la loro esistenza � effimera. �Pi� azzurro finito l�azzurro�.�

 ��Qualunque movimento nel mondo dello spirito esigeva uno stato di riposo nel mondo del corpo��Non si possono esaurire le gioie, i movimenti e le acrobazie della vita dello spirito se il corpo non resta immobile, raggomitolato, seduto, cupo, esausto: � quel che Murphy chiamava �la connivenza�, l�armonia perfetta tra il bisogno del corpo e il bisogno dello spirito, il duplice esaurimento�.

 

Lorenzo Gleijeses debutta in teatro nel �91 con il padre Geppy e con Regina Bianchi, ancora giovanissimo ha la possibilit� di lavorare con registi come Squarzina, Pugliese, Guicciardini, oltre che con Geppy Gleijeses con il quale lavora e collabora sino ad oggi. Nel 2000 ha la prima esperienza al cinema, con un ruolo da protagonista nel film �Gabriele� al fianco di Mario Scaccia. In televisione prende parte a numerose fiction prodotte dalla RAI. Dal 2000 al 2004 incontra diversi tipi di pedagogie teatrali lavorando con diversi maestri internazionali come Lindsay Kemp, Eimuntas Nekrosius, Yoshi Oida, Eugenio Barba, il Workcenter di Jerzy Grotowski. Nel 2004 � Romeo nel �Romeo e Giulietta� di Shakespeare diretto da Nikolaj Karpov (direttore del dipartimento di biomeccanica del GITIS di Mosca). Dal 2001 � allievo di Julia Varley dell�Odin Teatret, insieme creano lo spettacolo �Il figlio di Gertrude� per cui Gleijeses vince il Premio Ubu 2006 come Nuovo attore e viene candidato agli Oscar Olimpici del Teatro-Premi E.T.I. come migliore attore emergente.

 Nel 2007 � Enrico V (Il Principe Hal) nel �Falstaff� di Mario Martone

 e instaura una collaborazione con Egumteatro (Virginio Liberti e Annalisa Bianco) ed insieme creano lo spettacolo �Che Tragedia!�.

�L�esausto o il profondo azzurro� il nuovo spettacolo di Lorenzo Gleijeses con la collaborazione di Julia Varley debutta al Teatro Mercadante (che coproduce lo spettacolo) nel maggio 2007.Gleijeses ha diretto vari seminari in diverse Universit� e centri teatrali come il Dams di Bologna, il Dams di Torino, l�Universit� di Ferrara, Il Teatro Mercadante di Napoli, Il Teatro Stabile di Calabria.

Julia Varley (Londra 1954), attrice inglese. Figura di primo piano dell� Odin Teatret, sensibile e delicata interprete della volont� creativa di Barba, inizia a lavorare con la compagnia di Holstebro nel 1976.(�..). Estremamente significative e di indiscutibile rilievo artistico sono anche le sue dimostrazioni di lavoro, che pur avendo un valore autonomo di spettacoli-performance rientrano in un pi� ampio progetto di condivisione e divulgazione pedagogica dei principi e delle tecniche elaborate dall� Odin�.

Dizionario dello Spettacolo del �900 (Baldini e Castoldi)

 Julia Varley ha partecipato agli spettacoli dell�Odin Teatret: �Anabasis�, �Il Milione�, �Ceneri di Brecht�, �Il Vangelo di Oxyrhincus�, �Talabot�, �Kaosmos�, �Mythos�, �Il sogno di Andersen�, �Le grandi citt� sotto la luna�, �Nello scheletro della balena�.

�Il Castello di Holstelbro� e �Le farfalle di Do�a Musica� sono invece due spettacoli, dell�Odin Teatret, con la regia di Eugenio Barba, di cui Julia Varley � unica interprete.

Dal 1980 partecipa alla concezione e organizzazione dell� ISTA (International School of Theatre Anthropology) diretta da Eugenio Barba e, dal 1986, � ideatrice e organizzatrice del Magdalena Project, un progetto di donne nel teatro contemporaneo. Pubblica la rivista di teatro The Open Page ed � direttrice artistica del festival Transit, in Danimarca.

Ha curato varie regie, tra cui, due spettacoli in Germania con Pumpenhaus Theater, uno sulle Madri di Plaza de Mayo e i desaparecidos con la sua allieva argentina Ana Woolf, e uno spettacolo per bambini con l�attrice giapponese Hisako Miura.

Manolo Muoio nel '92-'93 segue il Living Theater in una tourn�e italiana, partecipando a diverse performance di strada. Continua a perfezionarsi negli anni, con artisti di varia estrazione: i fratelli Colombaioni, Yves LeBreton, Clive Barker, Alejandra Manini, Tetsuro Fukuhara e Yoshito Ohno (but� dance), Nikolaj Karpov, Abani Biswas, Eimuntas Nekrosius, Marylin Fried (Actor�s Studio, NY), Augusto Omol� (Odin Teatret), Giorgio Rossi, Michele Di Stefano/MK.

Nel 1995 d� vita al CUT dell�Universit� della Calabria. E, nel 1998, � tra i fondatori di Teatro Rossosimona. E' attore in numerosi spettacoli, tra i quali: Casa di vento (semifinalista al Premio Scenario '95), Sida e l'uomo dal fiore (vincitore del Premio ETI-Vetrine '96), E' il momento dell'amore (vincitore del Premio Scenario 2001); Catastrofe di S.Beckett (per il quale cura anche la regia e le scene). E' autore e interprete di una serie di solo performance ispirate alla letteratura di W.S.Burroughs e J.G.Ballard: Living Picture (1997), Shopping Cart (1998), Orgonic Machine (2000), Less Eligibility (2001). Nel 2004 lavora nel Romeo e Giulietta di Shakespeare, diretto da Nikolaj Karpov (docente di Plasticit� Scenica al GITIS di Mosca). Nel 2005 si laurea in Letterature Straniere, con una tesi riguardante il Teatro Argentino contemporaneo. Nel 2005-2006 � assistente alla regia di Julia Varley (Odin Teatret), per lo spettacolo Il Figlio di Gertrude.

 

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